Curriculum: ecco perché non dovete utilizzare il formato europeo

Il modello Europass per il curriculum vitae nasce con tutte le buone intenzioni: uniformare i sistemi di recruiting e favore la mobilità all’interno dei Paesi europei. Tuttavia, come spesso accade, i tentativi di semplificazione sortiscono l’effetto contrario, limitando creatività e narrazione.

Per questo motivo, il cosiddetto formato europeo del curriculum assomiglia sempre di più a un documento grigio ed eccessivamente burocratico. Ecco perché, se non è espressamente richiesto, vi consigliamo di abbandonarlo.

Come stare in gabbia

Il primo problema è che si tratta di un modello pre-configurato. Come abbiamo scritto diverse volte, ciò è limitante, soprattutto nell’ottica di avere un curriculum personalizzato per ogni candidatura.

Uno schema eccessivamente rigido, va da sé, non permette modifiche sostanziali, senza dover rivedere tutta la formattazione. E questo aggiunge un ulteriore ostacolo: cambiando la formattazione vi troverete di fronte un documento con un sacco di errori di battitura, cambi di font e spaziature irregolari. Insomma, il tempo passato a correggere è maggiore rispetto a riscrivere il curriculum daccapo.

L’ordine delle informazioni

Il modello Europass è impostato per inserire tra le prime informazioni, quindi quelle più importanti e di impatto, l’esperienza professionale. Ma cosa succede se il curriculum è quello di un neolaureato? Probabilmente comparirebbe nei primi box qualche lavoretto saltuario o delle collaborazioni. Sminuendo, in questo modo il settore più rilevante: la sua formazione.

Oppure, in quale segmento del CV dobbiamo inserire, ad esempio, un dottorato di ricerca? E il Servizio Civile Nazionale?

Insomma, sembrerebbe proprio che per un professionista senior, il formato europeo crei più confusione. Certo, c’è la possibilità di modificarlo, ma tornerebbero i soliti e fastidiosi problemi di formattazione.

Poco spazio alle descrizioni

La descrizione delle vostre esperienze lavorative è sacrificata. Con una griglia prestabilita, infatti, c’è poco spazio lasciato alla redazione di informazioni più articolate.

Il compito di CV è dimostrare ai recruiter che siete un potenziale candidato e convincerlo a convocarvi per un colloquio conoscitivo. Con tutta probabilità, però, a una determinata vacancy risponderanno centinaia di professionisti come voi. Cosa fa, la differenza, dunque?

  1. Motivazioni.
  2. Risultati raggiunti.
  3. Obiettivi a cui aspirate.

Nel formato europeo non c’è traccia.

Non riuscirete a distinguervi

Ripartiamo da questo concetto: dovete distinguervi dagli altri candidati. Oltre ai contenuti –  e quindi alla sostanza – del vostro curriculum, avete un’altra arma a disposizione: la forma.

Un template grafico originale e unico, attirerà l’occhio del recruiter più facilmente, rispetto al modello standard e abusato come l’Europass. Con il formato europeo, infatti, sembrerete uno tra i tanti. E se state ricercando l’unicità, siete sulla strada sbagliato.

Le competenze linguistiche sono sacrificate

La sezione relativa alle lingue è relegata eccessivamente in fondo. Eppure, a volte, anche in questo caso può essere conveniente metterle in maggiore risalto. Ad esempio, vi state candidando per un progetto all’esterno, nell’ambito della cooperazione. Oppure, per un ruolo da digital fundraising, rivolto a donatori della UE.

Eppure, la posizione all’interno del documento, non è l’unica limitazione del formato Europass. Nella redazione delle conoscenze linguistiche, infatti, lo schema è abbastanza chiuso e fa riferimento ai codici universalmente riconosciuti dagli standard europei: A1, A2, B1 eccetera.

Tuttavia, a volte, essere vincolati a tali certificazioni non profit può essere un limite. Ad esempio, se avete fatto un anno di volontariato in Brasile, sicuramente avrete ottima padronanza del portoghese, pur non avendone la certificazione.

In estrema sintesi, dunque, il formato Europass, ancora una volta, non valorizzerà le vostre competenze.

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