Il Terzo Settore ha almeno 855.887 lavoratori. Adesso lo certifica l’INPS
In breve: a fine 2025 i lavoratori del Terzo Settore italiano sono 855.887, in crescita del 4,3% in un anno e del 25,3% dal 2019 (XXV Rapporto annuale INPS, elaborato con Fondazione Terzjus). Due avvertenze servono subito. La prima: il dato riguarda soltanto gli enti iscritti al RUNTS, che sono 140.273, mentre le istituzioni non profit attive in Italia sono 368.364. Chi lavora per un’organizzazione fuori dal Registro unico non è compreso, e nemmeno chi fattura versando a una cassa professionale. 855.887 è il numero minimo certo, non il totale. La seconda: il reddito medio di 13.675 euro che compare nel Rapporto non è uno stipendio, perché mette insieme chi lavora tutto l’anno a tempo pieno e chi ha lavorato poche settimane, senza distinguerli.
Per anni chi lavora nel Terzo Settore ha dovuto rispondere alla stessa domanda con una stima. Quante persone lavorano davvero nel nonprofit italiano? Le risposte arrivavano da censimenti periodici, da indagini campionarie, da elaborazioni di settore. Utili, ma sempre con un margine.
Da mercoledì 9 luglio 2026 una parte di quella domanda ha una risposta amministrativa: 855.887 lavoratori.
Il numero arriva dal XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato alla Camera dei deputati, che per la prima volta dedica un paragrafo specifico al Terzo Settore e allo sport dilettantistico. È il frutto di una collaborazione tra INPS e Fondazione Terzjus: gli iscritti al RUNTS al 31 dicembre 2025 sono stati incrociati con gli archivi contributivi dell’Istituto. Non una stima. I contributi versati.
Diciamo subito, però, che cosa questo numero non è. Non è il totale di chi lavora per il Terzo Settore italiano: è il totale di chi lavora per gli enti iscritti al Registro unico, misurato attraverso i contributi versati all’INPS. Sono due regole di selezione precise, e lasciano fuori una parte consistente del settore. Ci torniamo tra poco, con i numeri, perché è la premessa per leggere tutto il resto senza prendere abbagli.
Detto questo, vale la pena leggerlo con attenzione, perché racconta un settore diverso da quello che si racconta di solito.
Cosa dice il XXV Rapporto INPS sugli enti iscritti al RUNTS
I numeri di base, riferiti al 2025 e ai soli enti del Registro unico (paragrafo 1.2.3 del Rapporto, pagine 38-43):
- 140.273 enti iscritti al RUNTS, di cui 21.703 imprese sociali (il 15,5%).
- 29.537 enti hanno versato almeno un contributo nell’anno, quindi hanno occupato personale.
- 855.887 lavoratori complessivi, con un incremento del 4,3% sull’anno precedente e del 25,3% rispetto al 2019.
- Sono circa 173mila occupati in più in sei anni.
C’è un dato che nella copertura giornalistica è passato quasi inosservato e che invece dice moltissimo: 712.481 di questi lavoratori, l’83,2% del totale, sono occupati presso imprese sociali. Le imprese sociali sono il 15,5% degli enti iscritti al RUNTS e assorbono oltre quattro lavoratori su cinque. Il Terzo Settore che dà lavoro è, in larghissima parte, il Terzo Settore imprenditoriale.
La serie storica ricostruita dal Rapporto mostra una crescita continua e senza strappi: 682.975 lavoratori nel 2019, 684.998 nel 2020 (l’anno della pandemia, +0,3%), 716.736 nel 2021, 761.247 nel 2022, 786.063 nel 2023, 820.704 nel 2024, 855.887 nel 2025. Sei anni di segno positivo, incluso l’anno in cui quasi tutto il resto si è fermato.
Per dare la misura: gli assicurati INPS totali nel 2025 sono 27,2 milioni. Il Terzo Settore ne rappresenta circa il 3,1%.
Perché questi numeri contano più di quelli usciti prima
La differenza non è nel risultato, è nel metodo.
Fino a oggi le fotografie dell’occupazione nel nonprofit venivano da rilevazioni statistiche costruite ad hoc. Il Rapporto INPS parte invece da due registri pubblici obbligatori, il RUNTS e il Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, e li incrocia con i versamenti contributivi. Un ente che ha versato contributi c’è. Un lavoratore che ha ricevuto una busta paga o un compenso da collaborazione c’è.
Questo cambia il peso politico del dato. Come ha detto Luigi Bobba, presidente della Fondazione Terzjus, la collaborazione con l’INPS «consente di leggere con maggiore precisione il peso economico, sociale e occupazionale del Terzo settore, superando una rappresentazione meramente residuale del comparto», e potrà «favorire l’introduzione di provvedimenti più mirati ed efficaci nell’ambito del Piano per l’economia sociale».
Il riferimento non è casuale. Il Piano nazionale per l’economia sociale, passato in Consiglio dei ministri il 2 luglio 2026, prevede tra le altre cose una piattaforma nazionale di dati e un conto satellite Istat dedicato. Avere una base amministrativa già funzionante cambia il punto di partenza.
Chi non è compreso in questo numero
La solidità di questo dato ha un rovescio, e conviene dirlo prima che lo dica qualcun altro. Il Rapporto misura tutto quello che i suoi archivi possono misurare, e lo fa bene. Ma quegli archivi contengono solo una parte del settore, per due motivi diversi. Vediamoli.
Sono contati solo gli enti iscritti al RUNTS
Il Rapporto è esplicito: gli enti considerati sono i 140.273 iscritti al RUNTS al 31 dicembre 2025, di cui 29.537 hanno occupato personale. Chi lavora per un ente che nel RUNTS non c’è, non compare.
E il nonprofit italiano fuori dal RUNTS non è un residuo. Secondo i risultati preliminari del Censimento permanente Istat delle istituzioni non profit, diffusi il 4 giugno 2026, le istituzioni non profit attive in Italia sono 368.364, calibrate sul Registro statistico aggiornato al 2023: lo stesso Registro che contava circa 949.200 dipendenti. Meno di quattro organizzazioni nonprofit su dieci sono iscritte al Registro unico. Con un paradosso che vale la pena notare: i dipendenti del Registro Istat 2023 sono più numerosi dell’intero totale INPS del 2025, che pure include anche collaboratori e operai agricoli.
I due numeri non vanno sottratti, perché universi e metodi sono diversi: l’Istat rileva le istituzioni non profit in senso ampio, l’INPS gli enti del Terzo Settore in senso giuridico. Ma l’ordine di grandezza dello scarto dice qualcosa.
Chi resta fuori dal RUNTS, in concreto:
- Chi per legge non può essere ETS. L’articolo 4, comma 2 del Codice del Terzo Settore esclude le amministrazioni pubbliche, le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche, le associazioni di datori di lavoro, e con essi gli enti sottoposti a direzione e coordinamento o controllati da questi soggetti. Organizzazioni che occupano molte persone e che nel senso comune stanno “nel sociale”, ma che giuridicamente Terzo Settore non sono.
- Le fondazioni di origine bancaria. L’articolo 3, comma 3 del Codice stabilisce che le sue disposizioni non si applicano a questi enti, salvo la parte che riguarda il finanziamento dei Centri di Servizio per il Volontariato. Finanziano una quota rilevante dei progetti del settore, ma non sono ETS e i loro dipendenti non entrano nella fotografia del settore.
- Gli enti religiosi civilmente riconosciuti e le fabbricerie. Non diventano ETS per intero: il Codice si applica loro solo per le attività di interesse generale dell’articolo 5 e per le eventuali attività diverse dell’articolo 6, a condizione che adottino un regolamento da depositare nel RUNTS e costituiscano un patrimonio destinato, con contabilità separata. La parrocchia o la congregazione nel suo insieme resta fuori.
- Le IPAB trasformate in aziende pubbliche di servizi alla persona, che restano enti pubblici e gestiscono una fetta consistente del sociosanitario italiano. Attenzione però alla distinzione: le ex IPAB trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato sono invece espressamente sottratte all’esclusione dell’articolo 4, comma 2, e possono essere ETS a tutti gli effetti. Il legislatore ha chiarito che la nomina degli amministratori da parte della pubblica amministrazione è “mera designazione” e non integra una forma di controllo.
- Chi ha scelto di non iscriversi. L’iscrizione non è un obbligo generalizzato: è una scelta, ma una scelta costitutiva, perché l’articolo 4, comma 1 mette l’iscrizione tra i requisiti stessi della qualifica di ETS.
Su quest’ultimo punto c’è un’eccezione che spiega molto del dato di partenza. Le cooperative sociali e i loro consorzi “acquisiscono di diritto la qualifica di imprese sociali” (articolo 1, comma 4 del D.Lgs. 112/2017): sono ETS senza averlo chiesto, e per loro l’iscrizione all’apposita sezione del registro delle imprese vale come iscrizione al RUNTS. Ecco perché le imprese sociali sono solo il 15,5% degli enti ma contengono l’83,2% dei lavoratori: dentro quella categoria c’è il grosso della cooperazione sociale italiana, cioè la parte del settore che assume davvero.
Le associazioni e le società sportive dilettantistiche, invece, non mancano: sono contate a parte, nel Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, e il Rapporto le tratta in un blocco separato di cui parliamo più avanti.
Sono contati solo i lavoratori che versano all’INPS
Anche restando dentro il RUNTS, il criterio è contributivo. La Tabella 1.7 è netta: le categorie sono tre e solo tre. Dipendenti privati non agricoli (799.597), operai agricoli (9.035), collaboratori della Gestione separata (47.255). Somma esatta, 855.887.
Questo lascia fuori chi emette fattura a un ente e versa i contributi a una cassa professionale privata anziché all’INPS.
Chiunque abbia gestito il personale di una cooperativa sociale o di una fondazione sa di chi stiamo parlando. Le psicologhe e gli psicologi che tengono in piedi i servizi di ascolto e versano all’ENPAP. Gli avvocati che seguono i minori stranieri non accompagnati e versano alla Cassa Forense. I commercialisti e i consulenti del lavoro che curano bilanci e buste paga di enti senza ufficio amministrativo. I medici delle strutture sociosanitarie iscritti all’ENPAM. I formatori, i supervisori, i progettisti, i fundraiser che lavorano su più enti insieme. Nessuno di loro compare, perché la legge li iscrive altrove.
Una precisazione onesta: il Rapporto etichetta la categoria come “collaboratori della Gestione separata” e non chiarisce se al suo interno rientrino anche i professionisti con partita IVA iscritti alla stessa gestione. Non lo dice, né in un senso né nell’altro. Su questo la fonte tace, e noi con lei.
Perché il numero reale è più alto
Il Rapporto non dichiara mai di voler contare tutti. Non afferma di essere parziale, ma nemmeno di essere completo. Non è un difetto del metodo: è semplicemente quello che il metodo può raggiungere, ed è giusto che chi legge lo sappia.
La conseguenza è semplice. 855.887 è il numero minimo certo, non il totale. Le persone che vivono, in tutto o in parte, del proprio lavoro per il Terzo Settore italiano sono di più. Quante di più, oggi, nessuno può dirlo: servirebbe mettere insieme archivi INPS, casse professionali e anagrafiche degli enti che nel RUNTS non sono. È esattamente il tipo di lavoro che la piattaforma nazionale di dati e il conto satellite Istat previsti dal Piano per l’economia sociale potrebbero rendere possibile.
Il che rende il dato più interessante, non meno. Se il minimo certo è 855.887 lavoratori e 173mila posti in più in sei anni, il settore vero è più grande di così.
E qui non stiamo nemmeno contando i volontari, che lavoratori non sono e che infatti nel Rapporto non compaiono in nessuna forma. Ma quella è un’altra misura, e merita un’altra ricerca.
Chi sono gli 855.887 lavoratori del Terzo Settore
Qui il Rapporto diventa interessante per chiunque si occupi di persone dentro un ETS.
Sono soprattutto donne. Le lavoratrici sono 622.937, il 72,8% del totale. Nell’istruzione e formazione la quota femminile arriva all’81,9%, nella salute e assistenza sociale all’80%. Fra chi ha la qualifica di impiegato, il 79,5%. Il Terzo Settore è, in Italia, uno dei principali datori di lavoro femminili.
Hanno un’età media di 43,3 anni (44,1 gli uomini, 43 le donne). La classe 35-54 anni copre il 47,9% degli occupati, gli under 34 il 29,4%. Un ricambio generazionale più vivace di altri comparti, ma non travolgente.
Lavorano soprattutto nei servizi alla persona. Le “Attività per la salute e di assistenza sociale” da sole raccolgono 480.066 lavoratori, il 56,1% del totale. Seguono le attività amministrative e di supporto (oltre 100mila, 11,7%), l’istruzione e formazione (74.905, 8,8%) e le altre attività di servizi (oltre 73mila, 8,6%).
Un terzo ha un contratto non stabile. Il tempo indeterminato copre 540.630 lavoratori (63,2%), il tempo determinato 268.002 (31,3%), le collaborazioni in Gestione separata 47.255 (5,5%). Ed è proprio qui che si registra la crescita relativa più forte: i collaboratori sono aumentati del 64,6% rispetto al 2019, passando da 28.703 a 47.255. Il lavoro dipendente privato non agricolo resta la spina dorsale con 799.597 addetti, ma cresce meno in proporzione.
Il part-time riguarda il 64% dei lavoratori. Attenzione a un dato che è circolato male in questi giorni: la Tabella 1.8 riporta che il 79,3% dei part-timer è donna, non che il 79,3% delle donne lavora part-time. Le lavoratrici in part-time sono 434.274 su 622.937, cioè il 69,7%. Resta una quota alta, ma è bene citarla per quello che è.
Dove cresce di più: il Mezzogiorno
La geografia del Rapporto smentisce un luogo comune.
In valore assoluto il primato resta al Nord: Lombardia oltre 160mila occupati (circa il 19% del totale), Emilia-Romagna oltre 82mila, Lazio e Piemonte intorno ai 70mila. Per ripartizione: Nord-Ovest 257.218 (30,1%), Sud e Isole 228.210 (26,7%), Nord-Est 196.722 (23%), Centro 173.737 (20,3%).
Ma la dinamica racconta un’altra storia. Nel periodo 2019-2025 la crescita è stata del +56,4% in Campania e del +47,2% in Sicilia. Solo nell’ultimo anno gli incrementi superano l’8% in Calabria e Sicilia e si attestano intorno al 7,5% in Campania, Basilicata e Sardegna.
Dove il tessuto industriale è più fragile, il Terzo Settore sta facendo due cose insieme: tiene in piedi i servizi di prossimità e assorbe occupazione. Non è un dettaglio da rapporto statistico, è una questione di politica economica.
Quanto si guadagna nel Terzo Settore
Questo è il dato più facile da leggere male, e quasi tutti lo hanno letto male. Vale la pena andarci piano.
Il Rapporto indica una retribuzione o reddito medio da attività nel Terzo Settore di 13.675 euro nel 2025. Considerando tutti i redditi da lavoro percepiti dalle stesse persone, la media sale a 15.937 euro.
Perché 13.675 euro non è uno stipendio
La cifra sembra bassissima. Prima di trarne conclusioni, però, bisogna capire che cosa misura davvero.
È la media di quanto ha incassato in un anno chiunque abbia ricevuto almeno un contributo versato da un ente del Terzo Settore. Dentro ci sono le persone assunte a tempo pieno per dodici mesi. Ma ci sono anche le tante che lavorano part-time, il 64% del totale. E ci sono chi ha fatto tre mesi a tempo determinato, chi ha coperto una sostituzione, chi ha tenuto un corso di quaranta ore, chi ha lavorato tre settimane in un centro estivo. Ognuna di queste persone conta come un lavoratore, ciascuna con la cifra che ha effettivamente percepito.
Il Rapporto non riporta i dati a un equivalente a tempo pieno, e per il Terzo Settore non pubblica nemmeno quante settimane sia durato in media un rapporto di lavoro. Quindi quel numero mette insieme, senza distinguerle, la retribuzione e la quantità di lavoro.
Che l’avvertenza sia fondata lo dice l’INPS stesso, in un altro capitolo dello stesso Rapporto. Analizzando i 21 milioni di dipendenti pubblici e privati italiani, l’Istituto calcola con lo stesso metodo una retribuzione media annua effettiva di 27.649 euro nel 2025. Poi però scompone il dato per continuità e orario, e il quadro cambia: chi ha lavorato 52 settimane a tempo pieno arriva a una media di 41.872 euro. Tra la media grezza e la media di chi lavora tutto l’anno a tempo pieno c’è una differenza di una volta e mezza, prodotta solo da quanto si lavora, non da quanto si è pagati. «Continuità e intensità lavorativa appaiono elementi cruciali nell’analisi delle dinamiche retributive», scrive l’INPS.
Quella scomposizione, per il Terzo Settore, nel Rapporto non c’è. Sarebbe la prima cosa da chiedere per la prossima edizione.
Cosa dicono davvero questi numeri
Tolto l’equivoco, resta parecchia sostanza.
Chi lavora solo nel Terzo Settore (poco meno di 640mila persone, il 74,7% del totale) percepisce in media 15.539 euro. Chi affianca altre attività riceve dal Terzo Settore in media 8.173 euro, ma arriva a un reddito complessivo di 17.110 euro, oltre il 10% in più di chi sta solo nel settore. Circa un lavoratore su quattro ha svolto nel 2025 anche altro.
Il caso dei collaboratori è il più netto: chi ha solo la collaborazione nel Terzo Settore dichiara in media 9.486 euro, mentre chi ha anche altri redditi da lavoro o da pensione supera i 20mila. Qui il Rapporto avanza una spiegazione, ed è di composizione, non di retribuzione: «può aver inciso la tipologia di collaborazione in particolare di chi ha ricoperto nel corso dell’anno cariche elettive».
Il quadro che ne esce non è “nel Terzo Settore si guadagna poco”. È qualcosa di più preciso: nel Terzo Settore si lavora spesso a orario ridotto, spesso in modo discontinuo, e per una persona su quattro l’ente è una delle entrate e non l’entrata. Che è un problema serio, ma è un problema diverso, e chiede risposte diverse.
E il “meno 30%” rispetto al settore privato?
Va detto con chiarezza, perché diverse riprese giornalistiche lo hanno dato per scontato: il capitolo del Rapporto dedicato al Terzo Settore non contiene alcun confronto con le retribuzioni del settore privato. La cifra del “meno 30%” circolata in questi giorni non è ricavabile da quelle pagine. Chi la usa dovrebbe indicare da dove la prende.
Il confronto più vicino ricavabile dal Rapporto è tra i 13.675 euro del Terzo Settore e i 27.649 euro della media nazionale dei dipendenti, calcolati con lo stesso metodo. Ma anche questo va maneggiato con prudenza: i perimetri non coincidono (la media nazionale esclude operai agricoli e domestici e include il settore pubblico, quella del Terzo Settore include operai agricoli e collaboratori) e soprattutto nessuno dei due è normalizzato. Quel divario mescola le differenze di paga con le differenze di orario e di continuità, e non permette di distinguerle.
La domanda che interessa davvero a chi lavora in un ente resta un’altra: quanto prende un’educatrice a tempo pieno in una cooperativa sociale, rispetto a chi fa un lavoro paragonabile altrove. A quella domanda il Rapporto INPS non risponde, e non è il suo mestiere. Risponde il contratto collettivo: per farsi i conti in concreto potete usare il nostro simulatore del CCNL del Terzo Settore, che parte dai livelli di inquadramento e non dalle medie.
Lo sport dilettantistico: la riforma si vede nei numeri
Per la prima volta il Rapporto misura anche il Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche. 113.043 enti iscritti nel 2025, di cui 102.880 associazioni sportive dilettantistiche (91%) e 10.163 società sportive (9%). 21.010 enti hanno occupato personale, per circa 115mila lavoratori, di cui 70.662 sono sportivi del settore dilettantistico (il 61,5%).
Qui l’effetto del D.Lgs. 36/2021, in vigore dal 1 luglio 2023, è leggibile a occhio nudo. I lavoratori sportivi dilettantistici crescono dell’11,6% in un anno, mentre i dipendenti calano dell’11,2% (da 34.940 a 31.039) e i collaboratori in Gestione separata salgono dell’11,5% (da 75.293 a 83.930). Il 98,1% degli sportivi dilettanti è inquadrato come collaboratore. Una riforma che distingue nettamente volontariato e lavoro sportivo ha spostato un intero comparto verso il parasubordinato.
Il profilo demografico è opposto a quello del Terzo Settore: prevalenza maschile al 62,2%, under 35 al 45,6%, età media poco oltre i 39 anni.
Cosa cambia per chi assume in un ETS
Tre implicazioni concrete, per chi si occupa di persone dentro una cooperativa sociale, una fondazione o un’impresa sociale.
La prima: non siete un caso particolare. Se nella vostra organizzazione il part-time è la regola, se fate fatica a stabilizzare, se metà dell’organico è sotto i 50 anni e in larghissima parte femminile, non è un’anomalia locale. È la struttura del settore, certificata da dati amministrativi su 855.887 persone. Questo serve, banalmente, quando si negozia con un committente pubblico o si scrive un progetto.
La seconda: la concorrenza sul personale qualificato è reale e cresce. 173mila posti in più in sei anni significa che gli enti si contendono le stesse figure, in particolare nella sanità e nell’assistenza sociale, dove si concentra il 56% degli occupati. Nelle regioni meridionali, dove la crescita è a doppia cifra, la pressione è ancora più alta.
La terza: da un mese la retribuzione è pubblica, e questo cambia il gioco. Dal 7 giugno 2026 il D.Lgs. 96/2026 obbliga a indicare la retribuzione iniziale o la fascia in ogni annuncio di lavoro, per tutti i datori di lavoro, pubblici e privati, senza soglie dimensionali. Non basta più scrivere “retribuzione secondo CCNL”.
Cambia il modo in cui il settore viene confrontato. Fino a ieri le retribuzioni degli enti si discutevano sulle medie, ed è un terreno dove il Terzo Settore fa una figura peggiore di quella reale, per i motivi visti sopra. Da oggi si confrontano annuncio per annuncio, sulla cifra vera di quella posizione, accanto a chiunque altro cerchi la stessa figura. È un terreno più onesto, e per molti enti meno sfavorevole di quanto temano.
Resta il fatto che la cifra, adesso, si vede. Il che rende più urgente il resto: se lo stipendio è quello previsto dal contratto e nessuno può più rimandarne il discorso al colloquio, ciò che distingue un ente da un altro è tutto quello che sta intorno. Raccontare bene chi siete come datore di lavoro non è un esercizio di comunicazione: è il modo in cui si compete per le persone quando non si può competere sulla cifra.
Domande frequenti
Quanti sono i lavoratori del Terzo Settore in Italia?
Sono almeno 855.887 nel 2025, secondo il XXV Rapporto annuale INPS realizzato con Fondazione Terzjus. Il dato riguarda però soltanto gli enti iscritti al RUNTS e conta solo i lavoratori per cui è stato versato almeno un contributo INPS nell’anno: chi lavora per organizzazioni nonprofit non iscritte al Registro unico non è compreso. 855.887 è quindi un valore minimo, non il totale del settore.
Il dato di 855.887 lavoratori comprende tutti quelli che lavorano per il Terzo Settore?
No. Il conteggio include solo gli enti iscritti al RUNTS e solo i lavoratori per cui è stato versato un contributo INPS. Restano quindi fuori sia chi lavora per organizzazioni nonprofit non iscritte al Registro unico, sia i professionisti che fatturano agli enti versando a una cassa professionale privata, come psicologi (ENPAP), avvocati (Cassa Forense), consulenti del lavoro (ENPACL) o medici (ENPAM). Il numero reale di chi lavora per il Terzo Settore è superiore a 855.887.
Tutte le organizzazioni nonprofit italiane sono iscritte al RUNTS?
No. Gli enti iscritti al RUNTS sono 140.273 a fine 2025, mentre l’Istat contava 368.364 istituzioni non profit attive nei risultati preliminari del Censimento 2024. L’iscrizione al Registro unico non è un obbligo generalizzato, ma è costitutiva della qualifica di ETS. Alcune categorie ne sono escluse per legge: amministrazioni pubbliche, formazioni e associazioni politiche, sindacati, associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche, associazioni di datori di lavoro (articolo 4, comma 2 del Codice del Terzo Settore). Restano fuori anche le fondazioni di origine bancaria (articolo 3, comma 3) e le IPAB trasformate in aziende pubbliche di servizi alla persona. I due dati non sono direttamente confrontabili perché universi e metodi di rilevazione sono diversi.
È obbligatorio iscriversi al RUNTS?
No, in generale è una scelta: l’articolo 4, comma 1 del Codice del Terzo Settore include l’iscrizione tra i requisiti della qualifica di ETS, quindi chi vuole essere ETS deve iscriversi, ma nessuno è obbligato a diventarlo. Fanno eccezione le cooperative sociali e i loro consorzi, che “acquisiscono di diritto la qualifica di imprese sociali” ai sensi dell’articolo 1, comma 4 del D.Lgs. 112/2017: per loro l’iscrizione nell’apposita sezione del registro delle imprese soddisfa il requisito dell’iscrizione al RUNTS.
È obbligatorio indicare la retribuzione negli annunci di lavoro?
Sì. Dal 7 giugno 2026 il D.Lgs. 96/2026 impone di indicare in ogni annuncio la retribuzione iniziale o la relativa fascia. L’obbligo vale per tutti i datori di lavoro, pubblici e privati, senza soglie dimensionali, e riguarda quindi anche gli enti del Terzo Settore.
Quanti enti sono iscritti al RUNTS?
A fine 2025 gli enti iscritti al Registro unico nazionale del Terzo Settore sono 140.273, di cui 21.703 imprese sociali. Di questi, 29.537 hanno occupato personale nel corso dell’anno.
Quanto guadagna in media chi lavora nel Terzo Settore?
Il XXV Rapporto INPS indica una retribuzione o reddito medio da attività nel Terzo Settore di 13.675 euro annui nel 2025, che salgono a 15.937 euro considerando tutti i redditi da lavoro delle stesse persone. Chi lavora esclusivamente nel Terzo Settore percepisce in media 15.539 euro. Attenzione però: non sono stipendi a tempo pieno, perché il dato comprende anche chi ha lavorato part-time o solo per una parte dell’anno.
13.675 euro è lo stipendio medio nel Terzo Settore?
No. È la media di quanto ha percepito in un anno chiunque abbia ricevuto almeno un contributo versato da un ente del Terzo Settore, senza distinguere tra chi ha lavorato dodici mesi a tempo pieno e chi ha lavorato poche settimane o a orario ridotto. Il 64% dei lavoratori del settore ha un part-time. Il Rapporto non riporta i dati a un equivalente a tempo pieno e non pubblica la durata media dei rapporti nel Terzo Settore, quindi la cifra non è confrontabile con uno stipendio contrattuale. Lo stesso Rapporto, analizzando i dipendenti italiani, mostra che la media grezza è di 27.649 euro mentre chi lavora 52 settimane a tempo pieno arriva a 41.872 euro: una differenza prodotta dalla quantità di lavoro, non dalla paga.
Nel Terzo Settore si guadagna il 30% in meno che nel settore privato?
Il capitolo del XXV Rapporto INPS dedicato al Terzo Settore non contiene alcun confronto con le retribuzioni del settore privato, quindi quella cifra non è ricavabile da questa fonte. Il confronto più vicino ottenibile dal Rapporto è tra i 13.675 euro del Terzo Settore e i 27.649 euro di media nazionale dei dipendenti, calcolati con lo stesso metodo, ma i perimetri non coincidono e nessuno dei due dati è normalizzato per orario e continuità: il divario mescola differenze di paga e differenze di quantità di lavoro. Per confrontare retribuzioni effettive occorre partire dai livelli di inquadramento del contratto collettivo.
Quante donne lavorano nel Terzo Settore?
Le lavoratrici sono 622.937, pari al 72,8% del totale. Le quote più alte si registrano nell’istruzione e formazione (81,9%) e nella salute e assistenza sociale (80%).
Il Terzo Settore sta crescendo come occupazione?
Sì. La crescita è del 4,3% nel 2025 rispetto al 2024 e del 25,3% rispetto al 2019, pari a circa 173mila occupati in più in sei anni. Gli incrementi più marcati arrivano dalle regioni meridionali, con Campania a +56,4% e Sicilia a +47,2% nel periodo 2019-2025.
Dove si trova il XXV Rapporto annuale INPS?
Il Rapporto è pubblicato sul portale INPS nella sezione Dati e bilanci, Rapporti annuali. Il paragrafo dedicato al Terzo Settore e allo sport dilettantistico è il 1.2.3, alle pagine 38-43.
Fonti
- INPS, XXV Rapporto Annuale, luglio 2026, paragrafo 1.2.3 “Il Terzo Settore e lo sport dilettantistico”, pagine 38-43. Dati elaborati in collaborazione con Fondazione Terzjus su registri RUNTS e RASD al 31 dicembre 2025. Portale INPS
- INPS, presentazione del XXV Rapporto annuale, 9 luglio 2026, Camera dei deputati. Comunicazione INPS
- Istat, Censimento permanente delle istituzioni non profit, anno 2024, risultati preliminari diffusi il 4 giugno 2026, calibrati sul Registro statistico aggiornato al 2023. Istat
- Istat, Struttura e profili del settore non profit, report pubblicato il 10 ottobre 2025, dati al 31 dicembre 2023 (fonte del dato sui dipendenti). Report Istat (PDF)
- D.Lgs. 3 luglio 2017 n. 117, Codice del Terzo Settore, articoli 3, 4 e 11, testo vigente. Normattiva
- D.Lgs. 3 luglio 2017 n. 112, Disciplina dell’impresa sociale, articolo 1, testo vigente. Normattiva
- D.Lgs. 96/2026, obbligo di indicazione della retribuzione negli annunci di lavoro, in vigore dal 7 giugno 2026.
- Vita.it, “Il Terzo settore supera gli 855mila lavoratori ed è boom al Sud”, 9 luglio 2026. Vita.it
- Milano Finanza, “XXV Rapporto annuale Inps: oltre 855mila lavoratori nel Terzo settore, è boom al Sud”, 10 luglio 2026. Milano Finanza
- Registrazione integrale dell’evento: Radio Radicale, 9 luglio 2026. Radio Radicale

