Piani industriali per il sociale: perché il lavoro è la vera infrastruttura dell’impatto

“Piani industriali per il sociale.” Il titolo prometteva finanza d’impatto, infrastrutture, modelli di sviluppo. E di tutto questo si è parlato. Ma ascoltando le tre voci in dialogo, una parola è tornata di continuo, quasi senza che nessuno la mettesse al centro di proposito: lavoro.

Chi lo fa, perché lo fa, perché sempre più persone faticano a starci dentro, e cosa serve perché torni ad avere senso.

Abbiamo seguito il talk e ci siamo portati a casa soprattutto questo.

È il primo dei tre appuntamenti che Social Impact Agenda per l’Italia ha messo in fila verso il suo decennale, dentro il format INSIDE IMPACT. Modera Assunta Corbo, giornalista del Constructive Network. In dialogo, Stefano Granata, Presidente SIA e di Confcooperative Federsolidarietà, Laura Orestano, Presidente SocialFare, e Andrea Ferrazzi, Direttore generale di Confindustria Belluno.

Tre prospettive che di solito non si siedono allo stesso tavolo: la cooperazione sociale, la finanza d’impatto, l’industria di un territorio.

Il punto di partenza sono i numeri. In Italia ci sono 368.367 istituzioni non profit e 949.200 dipendenti, secondo i dati ISTAT 2023 pubblicati a ottobre 2025. Dentro questo sistema, le cooperative sociali concentrano da sole oltre la metà dei dipendenti del settore. Tradotto: una parte limitata di organizzazioni regge una quota decisiva del lavoro del non profit italiano.

Quando il sociale si fa impresa, smette di essere letto solo come assistenza e diventa infrastruttura. E un’infrastruttura, prima di tutto, è lavoro.

Il gigante che nessuno vede

Granata parte da un paradosso che chi lavora nel settore conosce bene.

Le infrastrutture sociali di questo Paese, dalle comunità per minori ai servizi per la disabilità, le ha costruite il Terzo Settore tra gli anni Settanta e Novanta. Poi il pubblico le ha accreditate, convenzionate, appaltate. Eppure, dice, restano un “gigante invisibile”.

Chi ha un figlio in difficoltà, un genitore non autosufficiente, una persona fragile da accompagnare, trova spesso qualcuno che lo segue. Ma raramente sa chi sia davvero. Spesso immagina che sia semplicemente “lo Stato”.

La forza del settore, il suo radicamento nei territori, è anche il suo limite narrativo. Ogni organizzazione racconta la propria iniziativa, la propria storia, il proprio servizio. Molto meno spesso il settore riesce a raccontarsi come economia, infrastruttura, sistema produttivo di valore sociale. E così sembra che tutto questo lavoro non incida davvero sulla vita del Paese.

Il secondo affondo è più scomodo.

Negli ultimi trent’anni, sostiene Granata, abbiamo inseguito i diritti individuali e ci siamo persi per strada quelli collettivi. Il caso della non autosufficienza è esemplare. Le persone direttamente coinvolte sono milioni; se si considerano anche familiari, assistenti familiari e operatori, la questione riguarda una quota enorme della popolazione. Eppure, nella percezione pubblica, resta spesso in fondo alla lista delle priorità.

È diventata una questione privata: me la cavo da solo, cerco un’assistente familiare, trovo una struttura, organizzo la famiglia. Non più un diritto collettivo da presidiare.

Da qui la sua tesi sulla finanza d’impatto. Con la curva demografica che abbiamo, pensare che la sola risorsa pubblica possa ricostruire e sostenere le infrastrutture sociali è illusorio. Serve capitale privato disposto a profitti ragionevoli e orientati alla coesione, in alleanza con chi quei servizi li sa gestire.

Non rendimenti al 15%, su cui le infrastrutture sociali non si fanno. Ma nemmeno la rassegnazione del “lo faccia il pubblico”, perché il pubblico, da solo, non ce la fa più.

Il lavoro di senso, e perché i giovani lo cercano altrove

Qui il discorso entra nel territorio che conosciamo meglio.

Orestano sposta la domanda: l’economia sociale è nuovo lavoro, è futuro del lavoro. Ma quale lavoro attrae davvero le nuove generazioni?

Non basta la managerialità. Non basta nemmeno uno stipendio dignitoso, su cui pure il settore ha ancora molto da fare. I talenti cercano coerenza. Cercano organizzazioni in cui il purpose non sia solo dichiarato, ma riconoscibile nelle pratiche, nelle relazioni, nei processi decisionali.

Quando la distanza tra i valori dichiarati e la realtà quotidiana si allarga, le persone se ne vanno. E se ne vanno presto. È uno spreco enorme di formazione, fiducia ed energie.

Il problema, però, non riguarda solo chi assume. Riguarda il modo in cui il lavoro viene vissuto dentro le organizzazioni. Orestano richiama un dato ormai ricorrente nelle ricerche internazionali: una larga parte delle persone non è soddisfatta del proprio lavoro. La causa non è solo la mansione. È anche la dimensione relazionale che si è persa.

Il suo è un “noi invisibile”: non manca, è lì, ma è silenzioso.

La proposta è lavorare sul senso dentro le organizzazioni. Non inventare slogan, ma costruire spazi in cui le persone possano riconoscere perché fanno quel lavoro, con chi lo fanno e dentro quale progetto collettivo. Un lavoro lento, fatto di dialoghi, confronti, pratiche condivise. “Riflettere mentre si pratica”, anche dentro la saturazione quotidiana del lavoro di cura.

Per chi nel Terzo Settore si occupa ogni giorno di come gli enti raccontano il lavoro che offrono, è forse la parte più densa del talk.

Perché dice una cosa precisa: il modo in cui un’organizzazione parla di sé e del lavoro che propone non è un esercizio di comunicazione. È una leva di sostenibilità.

Un annuncio, una pagina “lavora con noi”, il modo in cui un ente racconta chi è, cosa chiede, cosa offre e perché vale la pena lavorarci: lì si gioca una parte della capacità di attrarre le persone giuste. E anche di non perderle dopo poco.

Le disuguaglianze non sono più solo tra persone, ma tra luoghi

Ferrazzi sposta lo sguardo sui territori.

La sua tesi è che le grandi disuguaglianze oggi non siano solo interpersonali, ma sempre più territoriali. Ci sono aree che attraggono talenti, investimenti e innovazione in un gioco a somma zero, le città magnete, e aree che si svuotano.

Il Nord-Est, storica locomotiva del Paese, scopre di essere fragile. I giovani se ne vanno da Belluno come da Treviso o Padova. Non cercano solo un lavoro: cercano un contesto in cui immaginare il proprio futuro.

La diagnosi è che si è ragionato troppo a silos. La sanità da una parte, la scuola da un’altra, l’impresa da un’altra ancora. Ma quando un territorio perde attrattività, la perde tutta insieme. Mancano gli infermieri, mancano gli insegnanti, mancano gli operai, mancano le competenze tecniche, mancano i giovani.

Per questo, dice Ferrazzi, deve tornare attrattivo il territorio, non solo la singola organizzazione.

E qui torna la domanda di Orestano da un’altra porta: non “lavoro sì o lavoro no”, ma quale lavoro. I giovani cercano riconoscimento, appartenenza, possibilità di futuro. Nel Novecento anche i distretti industriali davano questo: sentirsi operaio, tecnico, impiegato voleva dire sentirsi parte di un movimento collettivo verso il futuro. Oggi quel futuro sembra spesso prerogativa dei grandi centri, dove si concentrano i lavori cognitivi, le opportunità, le narrazioni vincenti.

C’è anche un passaggio che spinge oltre il perimetro del sociale. Le imprese, sostiene Ferrazzi, hanno un ruolo nella riduzione delle disuguaglianze territoriali, perché sono proprio quelle disuguaglianze ad alimentare fratture, risentimento e consenso populista.

Investire sul territorio, sulla formazione, sul welfare, non è beneficenza. È competitività. Senza territori vivibili, i talenti non li trovi. E se li trovi, non restano.

Dall’io al noi

Il filo conduttore, alla fine, lo tira la conduttrice: il passaggio dall’io al noi.

È la cosa che le tre voci, partendo da luoghi diversi, hanno detto in coro. Granata sui diritti collettivi. Orestano sul noi invisibile da rendere di nuovo attivo. Ferrazzi sugli ecosistemi territoriali che funzionano solo quando le parti smettono di lavorare ognuna per sé.

Nel giro finale, le priorità concrete convergono su alcuni punti.

Servono piattaforme di condivisione, digitali e relazionali, dove le organizzazioni possano mettere in comune conoscenze e pratiche. Serve una narrazione dei territori, che devono reimparare a raccontarsi senza farsi raccontare solo da chi li guarda da fuori. Serve dare spazio reale ai giovani, non solo invitarli ai tavoli già decisi.

Granata insiste su questo: i giovani devono entrare nei luoghi dove si prendono decisioni. Orestano rilancia con la posizione più netta della giornata: chi oggi siede nei posti dove si decide dovrebbe avere il coraggio di lasciare la sedia a chi è più giovane.

Resta una cosa che il talk, parlando d’altro, ha detto a chi lavora sul lavoro nel Terzo Settore.

Per un’ora, un panel su finanza e infrastrutture è diventato anche un panel sul lavoro: su come attrarlo, raccontarlo, trattenerlo, dargli senso. Non è un dettaglio. È il segnale che il lavoro nel sociale ha smesso di essere lo sfondo ed è diventato il tema.

E un tema, per esistere davvero, ha bisogno di qualcuno che lo presidi tutti i giorni: che lo metta in fila, lo renda leggibile, gli dia parole e visibilità.

È anche lo spazio in cui Job4Good prova a stare ogni giorno: rendere più visibile, più chiaro e più sostenibile il lavoro nel Terzo Settore.

La domanda con cui si chiude il talk vale anche per noi. Cosa siamo disposti a immaginare, riconoscere e fare per costruire quella comunità che a parole tutti vogliono?


Il talk “Piani industriali per il sociale” è il primo dei tre appuntamenti del format INSIDE IMPACT di Social Impact Agenda per l’Italia, verso il decennale #SIA10. I prossimi incontri sono in programma il 16 luglio e il 10 settembre.

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