Discriminazioni di genere: le domande illegittime al colloquio di lavoro

Sei sposata? Hai intenzione di avere figli? Che lavoro fa tuo marito? Sono alcune delle domande alle quali molte donne vengono sottoposte durante un colloquio di lavoro. E nell’ambito del non profit, le cose non cambiano.

Anna (nome di fantasia) è laureata in pedagogia con un curriculum ricco e un’ampia esperienza nel settore del non profit, anche all’estero.

Eppure skill professionali e formazione non sono le uniche qualità valutate in sede di colloquio. Ci ha raccontato la sua esperienza.

“Ho mandato diverse candidature, sia per posizioni di coordinamento, che per attività di educatrice – ci ha spiegato -. Nel corso della mia carriera ho avuto esperienze molto eterogenee e quindi ero in linea con le posizioni ricercate”.

Ma è durante tre colloqui di lavoro, che si è scontrata con le domande dei selezionatori, che nulla avevano a che fare, né con il profilo, né con la mansione.

Le ha definite discriminazioni gentili.

Vuoi avere figli?

Cosa ti lega a rimanere in Italia?
La mia famiglia e la mia relazione

Questo l’inizio del dialogo tra il recruiter e Anna. L’oggetto della richiesta era il rientro in Italia dopo diverse esperienze all’estero. Un approccio innocuo, inizialmente, ma che ha portato a ulteriori richieste di chiarimento. Illegittime.

“Si trattava di un colloquio per educatrice di comunità. Mi è stato chiesto se avessi avuto intenzione di costruire una famiglia. Devo ammettere che mi sono sentita intimidita: non sapevo quale potesse essere la risposta più corretta”

Sei sposata?

Non è andata diversamente durante un secondo colloquio. Questa volta si è trattato di una grossa ong internazionale, che stava aprendo un progetto in Italia dedicato a minori non accompagnati, richiedenti asilo e con disturbi psichici.

Dopo le domande standard, di conoscenza, è iniziata l’indagine sulla vita privata. “Mi hanno chiesto se fossi sposata e se avessi figli. E poi mi hanno domandato che lavoro facesse il mio compagno”.

Anche in questo caso, la candidata si è sentita a disagio. Con le spalle al muro. “È come se dovessi sentirmi in obbligo di giustificare il fatto che il mio compagno facesse un lavoro molto diverso dal mio, come se fosse una colpa”.

Raccontaci della tua famiglia

Lombardia. Una scuola professionale che gestisce progetti internazionali ha aperto una vacancy per un project manager. Anna rientra nei profili ricercati, invia la candidatura e viene chiamata al colloquio.

Le viene fatto capire che l’avere una famiglia è una discriminante positiva per ottenere il posto.

“Mi hanno chiesto se fossi sposata, chi fosse il mio compagno e di raccontare della mia famiglia. Mi hanno detto che il loro obiettivo è creare una vera e propria rete di famiglie. Mi sono sentita offesa. La condotta familiare può essere considerata un parametro per la ricerca di project manager? Assolutamente no!”

Cosa dice la legge?

Il diritto a non ricevere domande personali non attinenti è garantito sotto diversi profili. Innanzitutto, l’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori, applicato al lavoro subordinato, vieta al datore di acquisire informazioni non rilevanti.

In questo senso, si possono raccogliere solamente le informazioni che gli occorrono per valutare l’idoneità del candidato, rispetto alla specifica mansione oggetto dell’offerta di lavoro. E il desiderio o meno di una maternità, ovviamente, non rientra in questa categoria.

Ma non solo: il divieto non è operativo soltanto in sede di colloquio, ma anche durante tutta la durata del rapporto di lavoro, anche qualora la lavoratrice dovesse dare il suo consenso.

Infine, riguarda anche la primissima fase di selezione.

Quante volte vi è capitato di leggere annunci rivolti esclusivamente a uno o l’altro sesso?

Le norme, lo vietano espressamente e si devono applicare a tutte le forme di prestazione professionale, inclusi tirocini, iniziative formative e collaborazioni autonome.

La Costituzione

Costituzione-italiana-articolo-37Laddove non intervengono le leggi, inoltre, subentra la Costituzione. L’articolo 37, infatti, vieta espressamente ogni disparità di genere e impone al datore di lavoro di organizzare la propria impresa evitando ogni discriminazione nei confronti delle proprie dipendenti, sia in sede di accesso al lavoro che durante lo svolgimento del rapporto professionale.

Questo principio è stato ulteriormente ribadito dal Codice delle Pari Opportunità, che vieta al datore di tenere condotte discriminatorie nella selezione del personale, anche ponendo, in sede di colloquio, domande relative allo stato matrimoniale, alla gravidanza e alla condizione di padre o di madre.

Come far valere i propri diritti?

La risposta non è semplice. La vera difficoltà, infatti, la si trova in caso di processo.

La lavoratrice dovrà fornire la prova di aver subito una condotta discriminatoria da parte dell’azienda e di aver subito un danno concreto.

Un percorso difficile. Provare di aver subito un trattamento discriminatorio durante un colloquio, non sarà semplice. Il consiglio è quello di rivolgersi a un legale esperto in diritto del lavoro, per valutare insieme a lui i possibili rimedi.

Ha collaborato Irene Moccia

Interviste, Notizie

2 thoughts on “Discriminazioni di genere: le domande illegittime al colloquio di lavoro

  1. Andrea on Rispondi

    le agenzie chiedono sempre se hai figli se sei sposato ecc anche agli uomini, è del tutto legale , per l’azienda queste informazioni sono importanti . non siete obbligati a rispondere

    1. Andrea Dotti on Rispondi

      Ciao Andrea, anche se nell’articolo non si parla di agenzie, ribadiamo che certi tipi di domande sono illegittime sempre, anche quando vengono poste a uomini.

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